L'età del dubbio/l'âge du doute

Concetta Modica e Sophie Usunier sono state invitate in residenza in Sicilia per un mese. Confessioni, paure, dibattiti tra le due artiste su L'ETÀ DEL DUBBIO che si è concluso in una mostra.

“Il lavoro si baserà sulla nostra convivenza, sulla condivisione degli spazi, sul nostro modo di lavorare sia insieme che individualmente, su come ci relazioneremo con la città. Una di noi conosce la Sicilia da sempre e l’altra la vede per la prima volta, gli occhi di ognuno faranno da filtro per l’altra”.

Le artiste hanno invitato per l'occasione Francesca Alfano Miglietti, Luigi Fassi, Francesco Lauretta, Francesco Lucifora, Don Antonio Sparacino.

* Concetta Modica et Sophie Usunier ont été invitées en résidence qu'elles ont intitulée L'ETÀ DEL DUBBIO (l’âge du doute). Confession, peurs, débats entre les deux artistes sur ce thème qui s'est conclu par une exposition.


“Le travail se basera sur notre cohabitation, sur le partage du lieu, sur notre mode de travailler que ce soit ensemble ou individuellement, sur notre relation à la ville de Sicily. Une d’entre nous connait Scicli depuis toujours, et l’autre la voit pour la première fois, Nos propres yeux serviront de filtre à l’autre”.


Les artistes ont invité pour l’occasion Francesca Alfano Miglietti, Luigi Fassi, Francesco Lauretta, Francesco Lucifora, don Antonio Sparacino.


lunedì 10 febbraio 2014










Il fischio del merlo

Il signor Palomar ha questa fortuna: passa l’estate in un posto dove cantano molti uccelli. Mentre siede su una sdraio e “lavora” (infatti ha anche un’altra fortuna: di poter dire che lavora in luoghi e atteggiamenti che si direbbero del più assoluto riposo; o per meglio dire, ha questa condanna, che si sente obbligato a non smettere mai di lavorare, anche sdraiato sotto gli alberi in un mattino d’agosto), gli uccelli invisibili tra i rami dispiegano attorno a lui un repertorio di manifestazioni sonore le più svariate, lo avvolgono in uno spazio acustico irregolare e discontinuo e spigoloso, ma in cui un equilibrio si stabilisce tra i vari suoni, nessuno dei quali s’eleva sugli altri per intensità o frequenza, e tutti s’intessono in un ordito omogeneo, tenuto insieme non dall’armonia ma dalla leggerezza e trasparenza. Finché nell’ora più calda la feroce moltitudine degli insetti non impone il suo dominio assoluto sulle vibrazioni dell’aria, occupando sistematicamente le dimensioni del tempo e dello spazio col martellare assordante e senza pause delle cicale.
Il canto degli uccelli occupa una parte varabile nell’attenzione auditiva del signor Palomar: ora egli l’allontana come una componente del silenzio di fondo, ora si concentra a distinguervi verso da verso, raggruppandoli in categorie di complessità crescente: cinguettii puntiformi, trilli di due note una breve una lunga, zirli brevi e vibrati, chiocciolii, cascatelle di note che vengono giù filate e s’arrestano, riccioli di modulazioni che si curvano su se stesse, e così via fino ai gorgheggi.
A una classificazione meno generica il signor Palomar non arriva: non è di coloro che sanno, ascoltando un verso, riconoscere a che uccello appartiene. Sente questa sua ignoranza come una colpa. Il nuovo sapere che il genere umano va guadagnando non ripaga del sapere che si propaga solo per diretta trasmissione orale e una volta perduto non si può più riacquistare e ritrasmettere: nessun libro può insegnare quello che solo si può apprendere nella fanciullezza se si presta orecchio e occhio attento al canto e al volo deli uccelli e se si trova lì qualcuno che puntualmente sappia dare loro un nome. Al culto della precisione nomenclatoria e classificatoria, Palomar aveva preferito l’inseguimento continuo d’una precisione insicura nel definire il modulato, il cangiante, il composito: cioè l’indefinibile. Ora egli farebbe la scelta opposta, e seguendo il filo dei pensieri risvegliati dal canto degli uccelli la sua vita gli appare un seguito d’occasioni mancate.
Tra tutti i versi degli uccelli si distacca il fischio del merlo, inconfondibile da ogni altro. I merli arrivano sul tardo pomeriggio: sono due, certo una coppia, forse la stessa dell’anno passato, di tutti gli anni a quest’epoca. Ogni pomeriggio, al sentire un fischio di richiamo, su due note, come d’una persona che vuole segnalare il suo arrivo, il signor Palomar alza la testa per cercare intorno chi lo chiama; poi si ricorda che è l’ora dei merli. Non tarda a scorgerli: camminano sul prato come se la loro vera vocazione fosse di bipedi terrestri, e si divertissero a stabilire analogie con l’uomo.
Il fischio dei merli ha questo di speciale: è identico a un fischio umano, di qualcuno che non sia particolarmente abile a fischiare, ma che si trovi ad avere un buon motivo per fischiare, una volta tanto e per una volta sola, senza intenzione di continuare, e lo faccia con un tono deciso ma modesto e affabile, tale da assicurarsi la benevolenza di chi l’ascolta.
Dopo un po’ il fischio è ripetuto – dallo stesso merlo o dal suo coniuge – ma sempre come fosse la prima volta che gli viene in mente di fischiare; se è un dialogo, ogni battuta arriva dopo una lunga riflessione. Ma è un dialogo, oppure ogni merlo fischia per sé e non per l’altro? E, in un caso o nell’altro, si tratta di domande e risposte (all’altro o a se stesso) o di confermare qualcosa che è sempre la stessa cosa (la propria presenza, l’appartenenza alla specie, al sesso, al territorio)? Forse il valore di quell’unica parola sta nell’essere ripetuta da un altro becco fischiante, nel non essere dimenticata durante l’intervallo di silenzio.
Oppure tutto il dialogo consiste nel dire all’altro “io sto qui”, e la lunghezza delle pause aggiunge alla frase il significato di un “ancora”, come a dire: “io sto ancora qui, sono sempre io”. E se fosse nella pausa e non nel fischio il significato del messaggio? Se fosse nel silenzio che i merli si parlano? (Il fischio sarebbe in questo caso solo un segno di punteggiatura, una formula come “passo e chiudo”). Un silenzio, in apparenza uguale a un altro silenzio, potrebbe esprimere cento intenzioni diverse; anche un fischio, d’altronde; parlarsi tacendo, o fischiando, è sempre possibile; il problema è capirsi. Oppure nessuno può capire nessuno: ogni merlo crede d’aver messo nel fischio un significato fondamentale per lui, ma che solo lui intende; l’altro gli ribatte qualcosa che non ha nessuna relazione con quello che lui ha detto; è un dialogo tra sordi, una conversazione senza capo né coda.
Ma i dialoghi umani sono forse qualcosa di diverso? La signora Palomar è in giardino anche lei, che annaffia le veroniche. Dice: – Eccoli, – enunciazione pleonastica (se sottintende che il marito stia già guardando i merli) o altrimenti (se lui non li avesse visti) incomprensibile, ma comunque intesa a stabilire la propria priorità nell’osservazione dei merli (perché effettivamente è stata lei la prima a scoprirli e a segnalarne le abitudini al marito) e a sottolineare l’immancabilità delle loro apparizioni, già da lei tante volte registrate.
- Ssst, – fa il signor Palomar, apparentemente per impedire che sua moglie li spaventi parlando ad alta voce (raccomandazione inutile perché i merli marito e moglie sono ormai abituati alla presenza e alle voci dei signori Palomar marito e moglie) ma in realtà per contestare il vantaggio della moglie dimostrando una sollecitudine per i merli molto maggiore di quella di lei.
Allora la signora Palomar dice: – Da ieri è di nuovo secca, – intendendo la terra dell’aiuola che sta innaffiando, comunicazione in sé superflua, ma intesa a dimostrare, col continuare a parlare e col cambiare discorso, una confidenza coi merli molto maggiore e più disinvolta di quella del marito. Comunque da queste battute il signor Palomar ricava un quadro generale di tranquillità, e ne è grato alla moglie, perché se lei gli conferma che per il momento non c’è niente di più grave di cui preoccuparsi, lui può restare assorto nel suo lavoro (o pseudolavoro o iperlavoro). Lascia passare un minuto e anche lui cerca di lanciare un messaggio rassicurante, per informare la moglie che il suo lavoro (o infralavoro o ultralavoro) procede come al solito: a questo scopo egli emette una serie di sbuffi e brontolii: – … per storto… con tutto che… da capo… sì, col cavolo… – enunciazioni che tutte insieme trasmettono anche il messaggio “sono molto occupato”, nel caso che l’ultima battuta della moglie contenesse anche un larvato rimprovero del tipo: “potresti pensarci un po’ pure tu a innaffiare il giardino”.
Presupposto di questi scambi verbali è l’idea che una perfetta intesa tra coniugi permetta di capirsi senza star lì a specificare tutto per filo e per segno; ma questo principio viene messo in pratica in modo molto diverso dai due: la signora Palomar s’esprime con frasi compiute ma spesso allusive o sibilline, per mettere alla prova la prontezza d’associazioni mentali del marito e la sintonia dei pensieri di lui con quelli di lei (cosa che non sempre funziona); il signor Palomar invece lascia che dalle brume del suo monologo interiore emergano sparsi suoni articolati, confidando che ne risulti se non l’evidenza di un senso compiuto, almeno il chiaroscuro di uno stato d’animo.
La signora Palomar invece si rifiuta di ricevere questi borbottii come un discorso, e per sottolineare la sua non partecipazione dice a bassa voce: – Ssst…! Li spaventi…- ritorcendo sul marito lo zittio che lui s’era creduto in diritto di opporle, e riconfermando il proprio primato in quanto ad attenzione per i merli.
Segnato questo punto a suo vantaggio, la signora Palomar s’allontana. I merli becchettano sul prato e certo considerano i dialoghi dei coniugi Palomar come l’equivalenti dei propri fischi. Tanto varrebbe che ci limitassimo a fischiare, egli pensa. Qui s’apre una prospettiva di pensieri molto promettente per il signor Palomar, a cui la discrepanza tra il comportamento umano e il resto dell’universo è sempre stata fonte d’angoscia. Il fischio uguale dell’uomo e del merlo ecco gli appare come un ponte gettato sull’abisso.
Se l’uomo investisse nel fischio tutto ciò che normalmente affida alla parola, e se il merlo modulasse nel fischio tutto il non detto della sua condizione d’essere naturale, ecco che sarebbe compiuto il primo passo per colmare la separazione tra… tra che cosa e che cosa? Natura e cultura? Silenzio e parola? Il signor Palomar spera sempre che il silenzio contenga qualcosa di più di quello che il linguaggio può dire. Ma se il linguaggio fosse davvero il punto d’arrivo a cui tende tutto ciò che esiste? O se tutto ciò che esiste fosse linguaggio, già dal principio dei tempi? Qui il signor Palomar è ripreso dall’angoscia.
Dopo aver ascoltato attentamente il fischio del merlo, egli prova a ripeterlo, più fedelmente che può. Segue un silenzio perplesso, come se il suo messaggio richiedesse un attento esame; poi echeggia un fischio uguale, che il signor Palomar non sa se sia una risposta a lui, o la prova che il suo fischio è talmente diverso che i merli non ne sono affatto turbati e riprendono il dialogo tra loro come nulla fosse.
Continuano a fischiare e a interrogarsi perplessi, lui e i merli.


Palomar, I EdizioneOscar Opere di Italo Calvino febbraio 1994, Mondadori Editore, Milano *

Virginia Zanetti




*
Le sifflement du merle
Monsieur Palomar a de la chance: Il passe l'été en un lieu où chantent quantité d'oiseaux. Pendant qu'il est assis sur une chaise longue et qu'il "travaille" (il a en effet une autre chance: celle de pouvoir dire qu'il travaille dans des lieux et en des attitudes que l'on dirait de repos absolu; ou, pour mieux dire, il est condamné à se sentir obligé de ne jamais cesser de travailler, même allongé par un matin d'août sous les arbres), les oiseaux invisibles parmi les branches déploient autour de lui un répertoire de manifestations sonores parmi les plus variées, ils l'enveloppent dans un espace acoustique irrégulier, discontinu et anguleux, dans lequel pourtant s'établit un équilibre entre les divers sons: aucun ne dépasse les autres en intensité ou en fréquence et tous tissent une trame homogène, faite non d'harmonie mais de légèreté et de transparence. Jusqu'à ce que la multitude féroce des insectes impose, à l'heure la plus chaude, son emprise absolue sur les vibrations de l'air, et occupe systématiquement les catégories du temps et de l'espace, associée au martèlement assourdissant et ininterrompu des cigales.
Le chant des oiseaux occupe une place variable dans l'attention auditive de monsieur Palomar: tantôt il l'éloigne comme une composante du silence de fond, tantôt il se concentre pour distinguer chaque cri d'un autre, en les regroupant par classes de complexité croissante: gazouillement ponctuels, trilles de deux notes, une brève et une longue, babils brefs et vibrants, sifflements, cascatelles de notes qui tombent filées et s'arrêtent, modulations en boucles qui s'enroulent sur elles-mêmes, et ainsi de suite jusqu'aux roulades continues.
Monsieur Palomar ne parvient pas à établir une classification moins générique: il n'est pas de ceux qui, en écoutant un cri, savent reconnaître à quel oiseau il appartient. Il ressent son ignorance comme une faute. Le nouveau savoir que le genre humain est en train d'acquérir ne compense pas le savoir qui se propage directement par transmission orale et qui, une fois perdu, ne peut plus se réacquérir ni retransmettre: aucun livre ne saurait enseigner ce que l'on peut apprendre seulement dans sa jeunesse si l'on prête attentivement l'oreille et l'oeil au chant et au vol des oiseaux et si l'on trouve alors quelqu'un qui sache leur donner un nom à chacun. Au culte de la précision des nomenclatures et des classifications, Palomar a jadis préféré la poursuite continue d'une précision incertaine dans la définition du modulé, du changeant, du composite: c'est-à-dire de l'indéfinissable. Maintenant, il ferait presque le choix opposé, et, à suivre le fil des pensées éveillées par le chant des oiseaux, sa vie lui apparaît comme une suite d'occasions perdues.
Parmi tous les cris des oiseaux, se détache le sifflement du merle, que l'on ne peut confondre avec aucun autre. Les merles arrivent tard dans l'après-midi: ils sont deux, certainement un couple, peut-être le même que l'an passé, que tous les ans à pareille époque. Chaque après-midi, en entendant un sifflement d'appel, sur deux notes, comme celui de quelqu'un qui tient à signaler son arrivée, monsieur Palomar lève la tête pour chercher alentour qui l'appelle; puis il se souvient que c'est l'heure des merles. Il ne tarde pas à les apercevoir: ils sautillent sur le pré comme si leur vraie vocation était d'être des bipèdes terrestres, et qu'ils s'amusaient établir des analogies avec l'homme.
Le sifflement des merles a ceci de particulier: il est identique à un sifflement humain, à celui de quelqu'un qui ne serait pas particulièrement habile à siffler, mais qui se trouverait en situation d'avoir une bonne raison pour siffler, pour une fois, une seule, sans intention de continuer, et qui le ferait d'un ton décidé mais modeste et affable, de manière à s'assurer la bienveillance de qui l'écoute.
Après un peu de temps, le sifflement est répété —par le même merle ou par son conjoint—, mais toujours comme si c'était la première fois qu'il lui venait à l'idée de siffler; si c'est un dialogue, chaque réplique arrive après une longue réflexion. Mais est-ce un dialogue, ou bien chaque merle siffle-t-il pour lui-même et non pour l'autre? Et, dans ce cas comme dans l'autre, s'agit-il de questions et de réponses (à l'autre ou à soi-même) ou de confirmer quelque chose qui est la même chose toujours (sa propre présence,son appartenance à l'espèce, au sexe, au territoire)? Peut-être la valeur de cette parole unique tient-elle à ce fait qu'un autre bec sifflant la répète, que l'intervalle d'un silence ne la fait pas oublier.
Ou bien tout le dialogue consiste peut-être en ceci, dire à l'autre: "Je suis là", et la longueur des pauses ajoute à la phrase ce sens: "Encore", comme pour dire: "Je suis encore là, c'est toujours moi". Et si le sens du message se trouvait dans la pause et non dans le sifflement? Si les merles se parlaient précisément par leur silence? (Le sifflement ne serait dans ce cas qu'un signe de ponctuation, une formule comme: "terminé".) Un silence, apparemment identique à un autre silence, pourrait exprimer cent intentions différentes; un sifflement, aussi; se parler en se taisant, ou en sifflant, est toujours possible; le problème est de se comprendre. Ou bien personne ne peut comprendre personne: tout merle croit avoir mis dans son sifflement un sens fondamental pour lui, mais que lui seul comprend; l'autre lui réplique quelque chose qui n'a aucune relation avec ce qu'il a dit; c'est un dialogue de sourds, une conversation sans queue ni tête.
Après tout, les dialogues humains sont-ils si différents? Madame Palomar est, elle aussi, dans le jardin, en train d'arroser les véroniques. Elle dit: "Les voilà", énonciation pléonastique (si elle sous-entend que le mari est déjà en train de regarder les merles) ou alors (s'il ne les avait pas encore vus) incompréhensible; énonciation qui de toute façon vise à établir la priorité de madame dans l'observation des merles (effectivement c'est elle qui, la première, les a découverts et a signalé leurs habitudes à son mari) et à souligner leurs immanquables apparitions, qu'elle a déjà plusieurs fois enregistrées.
"Chut", fait monsieur Palomar, apparemment pour empêcher que sa femme ne les effraie en parlant à haute voix (recommandation inutile, car les merles mari et femme sont désormais habitués à la présence et aux voix de monsieur et madame Palomar), mais en réalité pour contester l'avantage pris sur lui par elle qui montre pour les merles une sollicitude bien plus grande.
Sur ce, madame Palomar dit: "En un jour, elle est redevenue sèche", parlant de la terre et des plates-bandes qu'elle est en train d'arroser; communication en elle-même superflue, mais qui vise à démontrer, chez madame qui continue à parler et change de discours, un rapport de confiance avec les merles bien plus grand et bien plus désinvolte que celui de monsieur. De toute manière, pour monsieur Palomar, il résulte de ces répliques un cadre général de tranquillité, et il en est reconnaissant à sa femme: du moment qu'elle lui confirme qu'il n'y a pour le moment rien de plus grave dont il faudrait se soucier, il peut, lui, rester concentré sur son travail (ou pseudo-travail ou hyper-travail). Il laisse passer une minute, puis cherche à lancer lui aussi un message rassurant, pour informer sa femme que son travail (ou infra-travail ou ultra-travail) avance comme d'habitude: à cet effet il émet une série de soupirs et de grognements: "…flûte…, cependant…, à nouveau…, oui, mon cul…", énonciations qui à elles toutes, transmettent de surcroît le message: " Je suis très occupé", pour le cas où la dernière réplique de sa femme aurait contenu un reproche voilé du genre: " Tu pourrais t'en occuper, toi aussi, d'arroser le jardin".
La présupposition de ces échanges verbaux, c'est l'idée qu'une entente parfaite entre époux permet de se comprendre sans entrer dans le détail; mais ce principe est mis en pratique de manière très différente par l'un et l'autre: madame Palomar s'exprime en des phrases complètes mais souvent allusives ou sibyllines, pour mettre à l'épreuve la rapidité des associations mentales de son mari et contrôler qu'ils sont bien sur la même fréquence (ce qui n'arrive pas toujours); monsieur Palomar laisse au contraire émerger, des brumes de son monologue intérieur, des sons articulés épars, dans l'espoir qu'il en résultera sinon l'évidence d'un sens accompli, du  moins le clair-obscur d'un état d'âme.
Madame Palomar se refuse, quant à elle, à recevoir ces grommellements comme un discours, et, pour souligner sa non-participation, elle dit à voix basse: "Tsss!… Tu leur fais peur…", renvoyant du même coup vers son mari le silence qu'il s'était cru en droit de lui opposer, et confirmant sa primauté quant aux égards pour les merles.
Ayant marqué ce point à son avantage, madame Palomar s'éloigne. Les merles becquettent sur le pré; ils considèrent certainement les dialogues des époux Palomar comme l'équivalent de leurs sifflements propres. Il vaudrait mieux qu'on se limite à siffler, pense monsieur Palomar. S'ouvre alors une perspective de pensées très prometteuse pour lui, chez qui la discordance entre le comportement humain et le reste de l'univers a toujours été une source d'angoisse. Voilà que le sifflement égal de l'homme et du merle lui apparaît comme un pont jeté sur l'abîme.
Si l'homme investissait dans le sifflement tout ce que normalement il confie à la parole, et si le merle modulait dans son sifflement tout le non-dit de sa condition d'être naturel, c'est alors que serait accompli le premier pas pour combler la séparation entre…, entre quoi et quoi? Nature et culture? Silence et parole? Monsieur Palomar espère toujours que le silence contienne quelque chose de plus que ce que le langage peut dire. Mais si le langage était vraiment le point d'arrivée vers quoi tend tout ce qui existe? Ou si tout ce qui existe avait été langage, dés l'orée des temps? Ici monsieur Palomar est repris par l'angoisse.
Après avoir écouté attentivement le sifflement du merle, il essaie de le répéter, le plus fidèlement possible. Suit un silence perplexe, comme si son message demandait un examen attentif; puis retentit un sifflement égal, dont monsieur Palomar ne sait s'il est une réponse pour lui, ou la preuve que son sifflement est tellement différent que les merles n'en sont point troublés et reprennent entre eux le dialogue comme si de rien n'était.
Ils continuent à siffler et à s'interroger, perplexes, les merles et monsieur Palomar.

Palomar, Italo Calvino, traduit de l'italien par Jean-Paul Manganaro, aux éditions du Seuil (1985)